Quando il corpo parla al posto della parola e cosa si può fare davanti al sovraccarico da lavoro.
Di Dott.ssa Caterina Bordoni, psicologa iscritta all'Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 8685) · Pubblicato il · Aggiornato il

In breve: l'Organizzazione Mondiale della Sanità descrive il burnout, nella classificazione ICD-11, come una sindrome legata allo stress lavorativo cronico non gestito con successo, con tre dimensioni: esaurimento di energie, distacco o cinismo verso il lavoro, calo dell'efficacia professionale. Non è una semplice stanchezza: se i segnali durano da settimane, il riposo da solo spesso non basta.
Ti svegli più stanco di quando sei andato a dormire. La mascella è indolenzita, le spalle contratte, lo stomaco in subbuglio. Il lunedì arriva come un peso già dalla domenica pomeriggio. Ti dici che è un periodo, che basteranno le ferie: poi le ferie arrivano, e al rientro dopo pochi giorni ti senti esattamente come prima.
Nella classificazione internazionale ICD-11 l'OMS inserisce il burnout tra i fattori che influenzano lo stato di salute, definendolo un fenomeno occupazionale: riguarda specificamente il contesto lavorativo e non viene classificato come condizione medica a sé. È descritto attraverso tre aspetti:
Alcuni di questi segnali possono sovrapporsi ad altre condizioni, come uno stato depressivo o un disturbo d'ansia: per questo è utile non fare autodiagnosi e parlarne con un professionista.
Nella pratica clinica è frequente che il sovraccarico si manifesti prima nel corpo che nelle parole: digrignare i denti di notte, cefalee, tensioni al collo, disturbi gastrici, sonno agitato. Sono sintomi che vanno sempre valutati anche dal medico, perché possono avere cause diverse.
Nell'orientamento psicoanalitico lacaniano si presta attenzione a ciò che il sintomo dice del soggetto. Quando la stanchezza, l'insofferenza o il senso di ingiustizia non trovano spazio per essere detti, possono "iscriversi" nel corpo. Non a caso molte persone usano espressioni come "stringere i denti" o "portare il peso sulle spalle" proprio per descrivere ciò che vivono al lavoro.
Il riposo è necessario, ma il burnout non è soltanto un debito di sonno. Spesso riguarda il rapporto con il proprio lavoro e con le aspettative che lo accompagnano: la difficoltà a dire di no, il bisogno di essere sempre all'altezza, un ideale di sé molto esigente che non concede pause. Finché questi nodi restano intatti, al rientro dalle ferie il meccanismo riparte uguale.
I colloqui individuali offrono uno spazio in cui fermarsi e mettere in parola ciò che sta succedendo: non solo i carichi di lavoro, ma il modo in cui ciascuno li vive, le richieste a cui sente di non poter dire di no, ciò che desidera davvero. L'obiettivo non è "reggere meglio" lo stesso ritmo, ma ritrovare una posizione più libera rispetto al proprio lavoro.
Ricevo nello studio di Massa, in Viale Democrazia 19 B, e online in videochiamata, una modalità che può essere utile anche a chi ha orari di lavoro difficili da conciliare con gli spostamenti. Per approfondire puoi leggere la pagina su ansia e stress e l'articolo sull'ansia notturna e il rimuginio.
Per approfondire, alcune fonti istituzionali:
Altre guide: come gestire lo stress, ansia e sintomi fisici, ansia da prestazione.
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