Perché i successi non bastano a rassicurarci e cosa può cambiare quando si smette di inseguire un ideale impossibile.
Di Dott.ssa Caterina Bordoni, psicologa iscritta all'Ordine degli Psicologi della Toscana (n. 8685) · Pubblicato il · Aggiornato il

In breve: la cosiddetta sindrome dell'impostore è la convinzione persistente di non meritare i propri risultati e di poter essere "smascherati" da un momento all'altro. Non è una diagnosi clinica, ma un'esperienza molto diffusa, spesso legata a perfezionismo e ansia da prestazione. Quando condiziona le scelte di lavoro o di studio e genera molta sofferenza, un percorso psicologico può aiutare.
Non importa quanti traguardi tu abbia raggiunto: dentro di te resta la convinzione che sia stata fortuna, un errore di valutazione degli altri, un caso. E che prima o poi qualcuno se ne accorgerà. Ogni nuovo incarico, esame o promozione, invece di essere una soddisfazione, diventa un'altra occasione per essere scoperti.
L'espressione deriva dal "fenomeno dell'impostore", descritto nel 1978 dalle psicologhe statunitensi Pauline Clance e Suzanne Imes. Non è una diagnosi presente nei manuali diagnostici: descrive un modo di vivere i propri successi che può riguardare persone molto diverse, spesso competenti e apprezzate.
Quando ogni prova diventa un esame del proprio valore, l'ansia sale: tensione prima di una riunione, blocco davanti a una pagina bianca, notti insonni prima di una scadenza. Paradossalmente, l'ansia può ridurre proprio quelle capacità che si teme di non avere, alimentando il circolo vizioso.
Nella prospettiva psicoanalitica, e in particolare lacaniana, si parla di Ideale dell'Io: l'immagine di come "dovremmo" essere per essere riconosciuti e amati. Quando questo ideale è molto esigente, la distanza tra ciò che si è e ciò che si crede di dover essere diventa incolmabile. Più si cerca di raggiungerlo, più cresce l'angoscia di fallire.
Il lavoro clinico non punta a far "performare di più", ma a interrogare quell'ideale: da dove viene, a chi si rivolge, che cosa chiede. Spesso è proprio questo passaggio a restituire un po' di libertà nel rapporto con il lavoro e con lo studio.
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Altre guide: ansia da prestazione, bassa autostima.
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